| LA BASILICA
CONCATTEDRALE |
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La
Basilica Concattedrale di Atri, città dell'Abruzzo marittimo
in Provincia di Teramo, dedicata a Santa Maria Assunta,
è inserita in un tessuto urbano tipicamente medioevale
ed è posta lungo la direttrice principale dello sviluppo
della città. E' opera di Raimondo di Poggio
e Rainaldo d'Atri, che la iniziarono verso
il 1260, in sostituzione di una chiesa romanica
a cinque navate, eretta nella seconda metà del
sec. XII. Fu terminata nel 1305, mentre l'ottagono
superiore del campanile venne apposto da Antonio Lodi
nel 1502. |
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| FACCIATA |
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Maestosa
ed elegante nel succedersi ordinato dei conci di pietra d'Istria,
termina con uno splendido portale, sormontato da sottili incorniciature
cuspidate, entro cui trova posto un eccellente rosone a forma
di ruota.
Gli archivolti, i capitelli, i piedritti furono scolpiti da
Rainaldo d'Atri e Raimondo di Poggio che si
ispirarono alla tradizione dei marmorati romani e pugliesi,
ma seppero realizzare una corrente artistica di spicco da cui
si originò la "Scuola Atriana" che fiorì
per tutto il Trecento.
La cornice superiore della facciata attualmente orizzontale,
in origine era cuspidata, di netto stile gotico; il frontone
crollò per il terremoto del 1563. |
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| LATO DESTRO |
| Si trovano
tre portali datati e firmati. Il primo è
di Rainaldo d'Atri (1305). Di chiaro stile gotico presenta un'
elaborata ornamentazione a traforo di capitelli con uccelli
beccanti ed un lineare coronamento cuspidato. |
| Il Portale di mezzo è di Raimondo di
Poggio (1288). Si trova inserito tra due lesene e tra due
leoni d'ispirazione ancora medioevale, con al centro l'Agnello
Crucigero e gigli agli spigoli, gli stemmi della dinastia francese
degli Angioini allora regnanti. |
| Il terzo è anch'esso di Raimondo di Poggio
(1302) con ricchi ornamenti negli archivolti. Sopra i capitelli
due fiere aggettanti: l'una, con preda, pacifica, l'altra priva,
quasi strepitante. Si tratta di un repertorio eccellente di
maestria e tecnica marmoraria. Nelle lunette sopra i portali,
restano tracce di colore, affreschi svaniti per lo più
quattrocenteschi. |
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| CAMPANILE |
| Si trova
sul filo del fianco sinistro, rivestito di conci in pietra d'Istria;
è alto 54,50 metri ed ha una scala interna di 147 gradini.
Pregevole esempio di architettura romanica,
è a pianta quadrata, poggiante su di un solido basamento
di età romana. Iniziata la costruzione nel 1252
venne completata nel 1305 fino alla torre con
le celle delle quattro campane. La parte terminale venne conclusa
nel 1502 dal famoso architetto lombardo, Antonio da Lodi, che
costruì simili cuspidi in molti campanili delle terre
adriatiche. Formelle di ceramica sono inserite ad ornare il
coronamento; provenivano dalle primitive fabbriche di Castelli.
Particolare notevole, dal punto di vista architettonico-strutturale,
risulta all'interno la disposizione delle rampe: le prime due
sono perfettamente inserite nello spessore della struttura muraria,
cosicché l'ascesa avviene in una sorta di galleria, scavata
nei muri perimetrali; le altre rampe, invece, sono aggettanti
all'interno, rette da volticine a botte inclinate. |
| Chi salga sul Campanile in una splendida mattinata,
potrà godere di un'ottima visuale panoramica, oltre a
toccare i severi bronzi, del peso di varie tonnellate. Le quattro
campane, secondo la tradizione locale, vengono chiamate: la
"Borea" orientata a nord, la "Mare"
ad est, la "Sole" a sud ed il "Campanone"
ad ovest. Da qui il visitatore potrà ammirare la città
sottostante con le varie torri, in lontananza il Gran Sasso
d'Italia e più da vicino il mare con la riviera adriatica.
Con un buon binocolo da marina e a ciel sereno spiccano anche
le cime delle Alpi dinariche nel territorio jugoslavo. |
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| INTERNO |
| Di forma
rettangolare a tre navate, misura in lunghezza m. 56,60 ed in
larghezza m. 24,70. Ad una prima impressione di severa semplicità
subentra subito un senso di ammirazione per le forme contenute
rispetto al verticalismo gotico degli archi acuti. |
| L' ampio spazio è interrotto da due serie
di pilastri polistili, alcuni dei quali rivestiti in muratura
per esigenze statiche, poco dopo la costruzione. La luce penetra
dall'occhio circolare della navata centrale e dalle finestre
lunghe e strette che si aprono anche nel fianco destro. |
| Mirabile è la visione che offre il
Coro dei Canonici, con alle pareti il ciclo pittorico
di Andrea de Litio (1481-1489).
Esso costituisce non solo il capolavoro immortale del pittore,
ma la più vasta opera pittorica del primo rinascimento
in Abruzzo a dimostrazione delle risultanze a cui potevano giungere
le idee innovatrici fiorentine, fuori Toscana, in una regione,
nel regno napoletano, molto sensibile all'evolversi degli stili
e delle forme. |
| Andrea de Litio nacque a Lecce de' Marsi nell'aquilano,
verso il 1420. Da giovane formò la sua educazione culturale
a Firenze, riuscendo a comporre in maniera autonoma e complessa
da farlo ritenere un vero e grande Maestro, l'eredità
neogotica di Masolino da Panicale e di Gentile da Fabriano con
la scientificità innovatrice di Paolo Uccello e di Piera
della Francesca, e con i nuovi apporti "cortesi" del
neo-gotico internazionale. |
| Attivo in varie parti dell' Abruzzo, le sue opere
su tavola sono sparse oggi in alcuni musei degli Stati Uniti
(Baltimora, Pensilvania), ma il suo capolavoro è dato
da questo ciclo: Storie di Gioacchino
nelle pareti superiori e Storie di Maria
in quelle mediane e inferiori ove troviamo affrescati 101 pannelli,
di cui 26 scene. In alto quattro vele, ampie figure di Evangelisti
e Dottori della Chiesa, disposti come
in Assisi da Giotto nella chiesa di S. Francesco. Vi si nota
un'intonazione ricca d' immagini, di colori e di eleganza che
avvicinano le splendide vele ad un' opera degna di Van Eyck
o di un Van der Weyden. Nel pittore che rifinisce una tavola,
nella volta sembra, sia da vedere lo stesso Andrea de Litio. |
| Tra le figure femminili agli angoli
della volta "le virtù";
da osservare la Giustizia riprodotta di recente in un francobollo
italiano del 1977. Nelle scene di Gioacchino e della Vergine
sono raffigurate matrone e giovinette nelle loro acconciature
e molti personaggi atriani nei loro costumi; c'è anche
una fedele documentazione della vita privata della ricca società
atriana del Quattrocento. Da notare infine come il racconto
popolare e fiabesco, scorre piano ed ingenuo, ma in realtà
ricco di prospettive e di attenti contenuti, con notazioni di
vita abruzzese, come i pastori ed il gregge, il ritorno dai
campi, il saltarello. |
| Le opere più importanti della navata sinistra
sono: nella "controffacciata" vari pannelli del sec.
XIV. Di notevole interesse sono "S. Orsola",
"Cristo nell' Orto degli Ulivi",
"Cristo in mandorla", opere del "Maestro
d' Offida", un eccellente artista che realizzò queste
opere nel 1340, con stilemi propri dell' arte bolognese e con
echi ed assonanze della cultura napoletana. |
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| CAPPELLA ARLINI |
E' la
prima che s'incontra nella navata di sinistra, a partire dall'ingresso
principale. Risale al 1618 e fu dedicata
a S. Giacomo Apostolo. La Cappella fu eretta
dalla Nobile Famiglia Arlini, originaria
di Pallanza nel Ducato di Milano, che si era trasferita in
Atri nel sec. XVI. Al suo interno fa spicco un grande dipinto
di m. 1,60 per 2,70 di notevole pregio artistico, raffigurante
la "Liberazione delle Anime Sante dal Purgatorio".
Vi compaiono quattro Santi, S. Leonardo, S. Gregorio Magno
con la tiara, S. Carlo Borromeo, S. Francesco ed una serie
di Angeli che aiutano le Anime a salire nella gloria del Cielo
mediante una scala al centro e lunghi cordoni ai lati. L'ascesa
termina ai piedi della Trinità divina e della Madonna
che a mani giunte ed orante viene incoronata in un tripudio
di festa e di luce. Sulla destra, in basso, compare lo stemma
degli Arlini. |
| Tutta la composizione della Cappella è
in legno dorato; nel sec. XVII la doratura era molto dispendiosa
e pertanto riservata alle Famiglie più cospicue. Superiormente
troneggia il biscione visconteo. Esso si trova inquartato, come
elemento dominante, nello stemma Gentilizio degli Arlini. |
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| IL BATTISTERO |
| Il "Battistero"
(1503), edicola a quattro colonne finemente scolpite, è
opera di Paolo De Garvis da Bissone di Como,
compaesano del Maderno e del Borromini. E'
un'opera singolare per l'intera regione in quanto rappresenta
una tra le prime sculture del Rinascimento realizzate in Abruzzo.
La parte più mirabile della composizione architettonica
è il tabernacolo, interamente di marmo bianco locale
facilmente lavorabile, costituito da quattro pilastri quadrangolari
poggiati su basi recanti iscrizioni latine. Tutto il tabernacolo,
adorno di intagli particolarmente eleganti nel modellato, mostra
una lavorazione eseguita con preziosa incisività di orafo.
I pilastri sono ricoperti con svariati motivi vegetali, intrecciati
alcuni a guisa di candelabri stilizzati. Un rigido fogliame
è disposto agli spigoli dei capitelli che appaiono vagamente
corinzi. Il Battistero fu donato dalla pietà di Isabella
Piccolomini, moglie del 7° Duca di Atri, Andrea
Matteo III Acquaviva, unitamente e dopo aver compiuto
la Cappella Acquaviva. |
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| Bibliografia: |
| Trubiani, B., Atri Città d'arte,
Edizioni Menabò - D'Abruzzo |
| Trubiani, B., La Basilica-Cattedrale di
Atri, Arti Grafiche T. Pappagallo & F. lli -Roma |
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